Il credito al consumo non conosce stretta e fa +1,4% nel 2008
In tutto il mondo c’è la stretta del credito, ma per lo meno in Italia non c’è la stretta del credito al consumo. Nel 2008, quando già infuriava la crisi, il valore complessivo delle operazioni di credito al consumo in Italia è aumentato dell’1,4% rispetto al 2007, toccando i 60,6 miliardi di euro. Il dato in crescita si può variamente interpretare, come effetto negativo delle famiglie che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese e dunque sono costrette a indebitarsi, o invece come attestato favorevole della disponibilità del sistema finanziario a non tirarsi indietro e a continuare a fare il suo dovere in questo particolare settore (mentre, ad esempio, i rubinetti del credito alle imprese tendono a chiudersi, e questo è male). Per un giudizio equilibrato può essere utile dare un’occhiata in casa d’altri: nonostante la buona prestazione recente, in Italia il rapporto fra credito al consumo e prodotto interno lordo è il più basso fra i grandi Paesi europei (Italia 6% del Pil, Francia 7%, Germania 11% e Gran Bretagna 15%) e lontanissimo dal dato degli Stati Uniti (20% del Pil). Se l’America non è da prendere a esempio, visto che laggiù il risparmio è patologicamente basso rispetto alla propensione al consumo, il raffronto con l’Europa ci dice che una crescita del credito al consumo in Italia si potrebbe considerare fisiologica.
In base ai dati ufficiali che il ministero dell’Economia e delle finanze ha presentato al 6° Meeting nazionale sul Credito al Consumo organizzato a Tirrenia (Pisa) dalla Fimec, Federazione italiana mediatori creditizi, si può notare che i prestiti finalizzati (cioè quelli accesi direttamente presso il rivenditore del prodotto acquistato) sono calati del 13%, mentre la cessione del quinto dello stipendio ha registrato un boom di richieste (+40%), seguita da un incremento dei prestiti personali (+12%) e delle carte revolving (+7%).
Non mancano i problemi. Chi si indebita deve fare il conto delle proprie forze finanziarie, e questa è una sua responsabilità, ma ha anche il diritto di stabilire un rapporto economico con entità finanziarie serie, e questo non lo può sapere a priori, a meno che non siano le autorità di controllo a fornire le necessarie garanzie. Secondo i dati della Banca d’Italia, nel Belpaese ci sono più di 166 mila mediatori creditizi e agenti in attività finanziaria che si sono iscritti senza dover superare nessuna prova professionale. Per questo motivo l’istituto di Via XX Settembre, in attesa della riforma creditizia (richiesta più volte dal governatore Mario Draghi, dal Ministero e dalla Guardia di Finanza) ha messo in atto un’azione di controllo su mediatori e agenti, finalizzata a scovare quanti di loro non rispettano la legge a danno dei consumatori.
L’Uif - Unità di informazione finanziaria di Bankitalia - nel 2008 ha registrato 14.600 segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio di denaro sporco, in netto aumento rispetto alle 12.544 segnalazioni dello scorso anno. Il Far West normativo favorisce gli improvvisati e i disonesti che senza regole hanno gioco facile e, oltre a danneggiare l’immagine dei mediatori e degli agenti che svolgono l’attività con correttezza e competenza, mettono a rischio la stabilità economica dei consumatori, inducendoli a sottoscrivere finanziamenti poco convenienti rispetto alle loro esigenze.
Il Fimec per bocca del suo presidente Maurizio Del Vecchio chiede che la riforma del settore preveda «precisi requisiti di accesso alla professione, che oggi sono praticamente inesistenti».




