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Rutelli: Pensioni, buon compromesso la sinistra sa che era nei patti

Il vicepremier: e con il Pd ci sarà più forza per i riformisti
“Non potevamo farne una telenovelas. Ora le altre priorità”

ROMA - Presidente Rutelli, come giudica l’accordo sulle pensioni?
“L’accordo è positivo, e il contenuto è ragionevole. Dopo un anno di lavoro del governo, il quadro degli interventi sulla previdenza è sostanzialmente completo: abbiamo dato il via al “secondo pilastro”, con cui i lavoratori integreranno la pensione, alziamo le pensioni basse, socialmente intollerabili, accresciamo con una contribuzione dignitosa quelle dei precari, correggiamo lo “scalone”, come avevamo promesso. Era rozzo; tra chi va in pensione il 31 dicembre di quest’anno e chi il giorno dopo imponeva tre anni di lavoro in più: sarà giustamente diluito nel tempo. Abbiamo confermato l’allungamento dell’età lavorativa e l’efficacia dei “coefficienti”, ovvero l’unica garanzia che la previdenza sia sostenibile di fronte al forte invecchiamento della popolazione italiana”.

Non è un po’ poco “ragionevole”? Sperava in qualcosa di più?
“Ciascuno può sottolineare o recriminare su singoli aspetti. Ma il quadro, ripeto, è quello giusto. Io avrei inserito il volontario, graduale, aumento dell’età delle donne: vanno previsti forti incentivi per la maternità, con il riconoscimento del contributo delle donne alla natalità e alla nostra società. Ma ci penserà l’Unione Europea a costringerci a cambiare una situazione ingiusta, per cui solo in Italia le donne, che vivono ormai molto più a lungo dei maschi, dovrebbero smettere il lavoro 5 anni prima”.

Un compromesso che tiene insieme tutto il centrosinistra?
“Guardi, la partita da oggi è chiusa e il governo provvederà con norme di legge. Guai se si pensasse di tenerla aperta per dei mesi. L’accordo, inclusi i suoi aspetti di compromesso, è definito, come ha detto Romano Prodi. Altrimenti, faremmo il tris: dopo una Finanziaria che è stata complessivamente buona ma troppe volte modificata, e dopo la leggenda del tesoretto ci mancherebbe solo di tenere aperta una telenovela pensioni”.

Ma c’è la compatibilità finanziaria? E adesso penserete anche a quei lavoratori che sono fuori dall’accordo con i sindacati?
“I conti tornano, pur in una situazione in costante cambiamento, e la cornice è coerente. Adesso potremo dedicarci di più, mi sembra, a quei vasti mondi della società italiana che sono fuori dal negoziato sindacale. Abbiamo dato il giusto al sindacato: contratti del pubblico impiego, pensioni povere, ammortizzatori sociali. E’ tempo che il governo dia maggiore attenzione a quelle decine di milioni di italiani che hanno un lavoro autonomo, sono professionisti, piccoli imprenditori, cooperatori, artigiani”.

La sinistra radicale non è contenta. Digerirà l’accordo?
“Ho visto in questi giorni uno strano ritorno al passato: mentre le grandi forze che danno vita al Partito Democratico dialogano col sindacato, ma ne rispettano l’autonomia - e mantengono la propria autonomia nella concertazione con le parti sociali - tra la sinistra massimalista si fa confusione dei ruoli: si vorrebbe condizionare l’assenso politico a quello sindacale, o di parte del sindacato, si rimandano giudizi politici a eventuali consultazioni dei lavoratori. Ecco: se lei cerca una buona ragione in più per far nascere il Partito Democratico, sta nella conquista dell’autonomia e nella fine del collateralismo: fa bene alla politica ma pure alle parti sociali”.

A proposito di commistione fra politica ed economia, a questo punto però non posso non chiederle delle richieste del Gip Forleo che ipotizza complicità dei politici nella vicenda Unipol-Bnl.
“Io mi sono esposto con molta forza sulle scalate dei “furbetti”, sulla politica assurda dell’allora governatore Fazio - a proposito, non vede che aria migliore si respira nel mondo bancario da quando è arrivato Draghi? - e sui sostegni politici che si formavano in quei mesi difficili. Non ho certo cambiato il mio giudizio, semmai i fatti sono emersi più chiaramente. Ma come si fa a parlare addirittura di un “disegno criminoso” di leader politici quasi a scrivere una sentenza preventiva; come si fa a mettere in discussione l’onore dei leader dei Ds sulla base di contatti e giudizi politici? Per me la loro onorabilità è fuori discussione”.

Ha fatto rumore il suo Manifesto dei Coraggiosi. Qual è lo scopo?
“Si è trattato di un’iniziativa forte, e ogni giorno che passa la rafforza. Intanto, è stata la prima iniziativa capace di attraversare le frontiere di partito. E di dare un’indicazione non generica e non ambigua su tre punti-chiave: le difficoltà del governo, da superare; le priorità di programma per il seguito della legislatura (ambiente, modernizzazione, coesione sociale, etica pubblica, sostegno a chi produce ricchezza, giovani e creatività, politica estera coerente); il dovere di non restare schiavi di posizioni minoritarie insostenibili. Ci incontreremo a Brescia il prossimo 25 con Chiamparino, Cacciari, Corsini, Lanzillotta, Follini ed altri autorevoli firmatari. Non c’è il desiderio di presentare una singola lista a sostegno di Veltroni. Le liste saranno sia frutto di intese più larghe, sia espressione di iniziative locali o tematiche. Piuttosto, c’è l’ambizione di dare un’anima al Partito Democratico capace di fare le riforme e di recuperare i consensi. Altrimenti, che lo facciamo a fare questo grande, coraggioso salto verso il Pd?”.

Nel Manifesto lei ipotizza “alleanze di nuovo conio”. Escludendo la sinistra radicale?
“Guardi, in questa legislatura, come ho detto più volte, c’è una sola maggioranza politica, il governo Prodi. Senza questo governo, vedo le elezioni. Per la prossima legislatura, vedremo a tempo debito. Avremo modo di verificare se l’alleanza con la sinistra radicale avrà mantenuto o no le promesse con gli elettori dell’Unione: non dimentichiamo che i tre quarti di loro, un anno fa, hanno votato per le forze democratiche e riformiste. E disapprovano un condizionamento che metta ogni giorno in discussione la politica estera, la politica economica, sensibilità civili e sociali largamente prevalenti in mezzo al popolo italiano”.

In vista del referendum elettorale si ricomincia a parlare di sistema tedesco: proporzionale con soglia di sbarramento. E’ d’accordo?
“Anche qua si sta facendo un po’ di confusione. L’Ulivo ha una posizione chiara e forte: il maggioritario di collegio a doppio turno. Ma la pressione del referendum impone di trovare una soluzione condivisa, non basta alzare ciascuno le proprie bandiere. Ho fiducia che riusciremo a costruire una soluzione che assicuri governabilità e chiarezza di scelte e a rendere più matura la democrazia dell’alternanza. Toccherà al Parlamento di decidere”.

Con la candidatura di Rosy Bindi è cominciata la campagna elettorale per la segreteria del Pd. Parisi e i prodiani l’hanno applaudita come una risposta agli “accordi di vertice” su Veltroni. Non teme contrapposizioni vecchio stile?
“Appena tre mesi fa, quando ho concluso con un voto unanime a favore del Pd il Congresso della Margherita, avevo preannunciato che saremmo entrati in un mare aperto. Mi è chiaro che cosa vuol dire. Credo che avremo altre candidature ancora. Ma la mia scelta per Veltroni - cui si è affiancato Franceschini - è netta e convinta, sulla base del discorso che Walter ha fatto a Torino. Francamente, da alcuni gruppi e persone legate a Prodi non mi è piaciuta l’accoppiata con Fini, cui è stato dato un immeritato credito come grande promotore del referendum elettorale: proprio lui che è stato decisivo per approvare il porcellum di Calderoli! E non mi piace l’idea, mentre nasce il Pd, che esso debba legarsi mani e piedi alla sinistra massimalista in nome di una polemica sul “centrismo”, che ha perso ogni plausibilità, dato che sciogliamo la Margherita per formare una nuova forza con i Democratici di sinistra. Ma una forza nuova è tale perché crea orizzonti nuovi. Non certo se si candida a ripetere, in piccolo, tutte le disomogeneità dell’Unione. Una cosa è il governo, cui dedichiamo lavoro e lealtà unitaria - anche se dobbiamo migliorarne decisamente il messaggio al Paese - altra l’ambizione del Partito Democratico. Mi faccia richiamare il bellissimo discorso di insediamento di Shimon Peres alla Knesset: “Einstein disse che il nostro motto era “chutzpah”, audacia. Il coraggio di superare le convenzioni, il coraggio di rinnovare, creare, concorrere, e sollevarsi al di sopra dell’esistente.” L’alternativa di domani non è tra frammentazione e aggregazioni incoerenti: il Pd vincerà perché ha un’ambizione maggioritaria e sa aggregare. Ma su un progetto finalmente coerente, su cui chiedere agli elettori: dateci la forza a sostegno del coraggio delle riforme”.

(fonte la Repubblica.it | Economia&Finanza)



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