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Riforma delle pensioni subito o il governo perderà i giovani

Il ministro dell’Interno spiega in un saggio perché il centrosinistra rischia il suicidio. “L’età pensionabile salga con un patto tra le generazioni”

ROMA - Un “nuovo contratto sociale tra le generazioni”. Un patto che sottragga i giovani, prima che sia troppo tardi, da un’assurda “roulette previdenziale”. Un accordo per aumentare l’età pensionabile di uomini e donne, introdurre i necessari “meccanismi di manutenzione” (cioè i coefficienti) e far decollare stabilmente il “terzo pilastro” (cioè la previdenza complementare). Se non fa questo, il centrosinistra rischia un “suicidio”. Il confronto in corso con i sindacati è l’ultimo treno. Se Prodi non ci salirà in corsa, qui ed ora, sarà “la fine della riforma”. Perderà il “capitale politico” necessario, cioè il consenso dell’elettore mediano, presto vicino ai 60 anni di età. E così perderà i giovani, tagliati fuori per sempre dal nostro “Spaghetti Welfare”.

Giuliano Amato rilancia la sua sfida riformista. Nel giorno dell’ultima assemblea confindustriale di Luca di Montezemolo, che riproporrà fatalmente intenzioni e interpretazioni su un’incombente soluzione “tecnocratica” alla transizione italiana. Alla vigilia di una tornata di elezioni amministrative, che attraverso il voto di 10 milioni di italiani rischia di destabilizzare la maggioranza. In vista di una settimana decisiva per la ripartenza del tavolo governo-sindacati sulla riforma dello Stato Sociale, che si dovrebbe chiudere entro giugno. Il ministro degli Interni pubblica un saggio sulle pensioni, che “Il Mulino” distribuisce nelle librerie dal 31 maggio. In un Paese serio dovrebbe essere adottato come testo-base per un accordo triangolare rapido tra premier, Cgil-Cisl-Uil, Confindustria.

Dovrebbero bastare 5 minuti, per firmare l’intesa su questa coraggiosa piattaforma riformatrice. Nessuno si illuda: non andrà così. Ma questo nuovo libro del Dottor Sottile - intitolato “Il gioco delle pensioni, rien ne va plus?” e scritto insieme a Mauro Marè - farà molto discutere. Valorizza le ragioni del riformismo ulivista, in una fase di crisi acuta della politica e di appannamento di progetto del partito democratico. Fa da sponda alla linea rigorista del ministro dell’Economia. E mette in mora la sinistra sindacale e quella radicale, che continua a considerare proprio Padoa-Schioppa il principale “imputato” di una probabile sconfitta elettorale.

Amato smonta un luogo comune. “Si è rotto il patto tra le generazioni”, è il mantra di questi anni. È falso. Quel patto non è mai esistito. Sulle pensioni il contratto inter-generazionale “è stato sottoscritto solo da una parte”. I pensionati e i pensionandi. I grandi esclusi sono “i lavoratori attivi, le giovani e le giovanissime generazioni, fino ai non nati. Nessuna di queste generazioni ha mai sottoscritto alcun patto”. Questo sistema non può più reggere. “È evidente e in parte anche ovvio che i governi e le forze politiche finiscano per difendere i loro naturali clienti, ovvero gli elettori”.

Ma non possono più “trascurare i diritti e il benessere dei loro futuri eredi… Comunque la si pensi, non se ne esce senza prospettare un nuovo possibile contratto sociale tra le generazioni”.

Parlano i numeri, che non sono di destra né di sinistra. Nell’Europa a 25, di qui al 2050, l’Italia ha il tasso di fecondità più basso (1,40) insieme alla Spagna. Nel frattempo, sarà il Paese con più alta aspettativa di vita per gli uomini (82,8 anni, come l’Austria), e per le donne (87,8 anni, insieme alla Francia). Il “tasso di dipendenza degli anziani” raggiungerà il valore più alto (62%, subito dopo la Spagna). Risultato: dall’attuale rapporto “4 lavoratori attivi per ogni pensionato”, passeremo a “poco più di 1,5 attivi per pensionato”. L’attuale livello della spesa previdenziale sul Pil non è scandalosa: siamo al 14,1%. Ma di qui al 2050, a dispetto di molte previsioni troppo ottimistiche, la “gobba” della spesa resiste.

E nel frattempo, crolla il “tasso di sostituzione” delle prestazioni pensionistiche, che scende al 50% per i dipendenti privati e addirittura al 31% per i lavoratori autonomi. Di qui un “paletto”, che il ministro degli Interni fissa nella controversia sui coefficienti di trasformazione delle pensioni, previsti dalla riforma Dini e inattuati dal 2005 per le incomprensibili resistenze sindacali: “La mancata revisione dei coefficienti produrrebbe un’impennata della spesa per pensioni rispetto al Pil, superiore agli 1,5 punti percentuali, che raggiungerebbe così, intorno al 2040, il 16,6%… Questo dato lascia davvero poco spazio all’immaginazione e rappresenta un vincolo per le scelte future.

Si possono naturalmente non rivedere i coefficienti”, scrive Amato, che poi detta l’altolà a Cgil, Cisl e Uil: “Ma allora si deve avere coraggio, e si deve indicare in modo chiaro come si esce dal sistema contributivo, con quali conseguenze per la sostenibilità del sistema previdenziale e per la finanza pubblica, e soprattutto quali strade alternative siano percorribili nella riforma del sistema pensionistico”.

Un bel guanto di sfida, lanciato alla vecchia Triplice confederale. Quella che va scongiurata è una vera e propria “guerra tra le generazioni”. La ricetta di Amato, per disinnescare il conflitto, ruota intorno al riconoscimento che “i sistemi pensionistici a ripartizione scaricano il costo di offerta delle prestazioni sulle generazioni future”. Per questo occorrono tutele che “consentano ai giovani una strategia di exit dal gioco pensionistico a ripartizione”.

Queste forme di tutela poggiano, anche per ragioni etiche, sul “terzo pilastro”, cioè i fondi pensione a capitalizzazione. La Finanziaria 2007 ha avuto il merito di anticiparne l’avvio. Ma è ora di fare tutto il resto. A partire dall’aumento dell’età pensionabile. Scalone o scalino: non si scappa, uomini e donne devono andare in pensione più tardi. “Lo spostamento in avanti dell’età pensionabile, oltre a produrre benefici sulla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, riduce anche gli ostacoli politici nei confronti dei meccanismi di manutenzione, come ad esempio la revisione dei coefficienti, e modificando il peso politico delle diverse coorti di età, alleggerisce i rischi politici di una guerra tra le generazioni…”.

E qui l’analisi dell’economista si sovrappone a quella del politico, che dà una chiave di lettura originale della “grande occasione” che il centrosinistra non deve “sprecare”. Di riforma delle pensioni si discute senza costrutto da un quarto di secolo. La trattativa governo-parti sociali va chiusa in fretta. Non si può passare da “una “riforma senza fine”, che ha caratterizzato per certi versi gli ultimi 15-20 anni, alla “fine della riforma”".

Questo è un altro bel guanto di sfida, lanciato all’Unione. L’occasione dell’ennesimo “tavolo di trattativa” non va perduta perché “l’età dell’elettore mediano, dagli attuali 46 anni, aumenterà nei prossimi 30 anni a circa 57-58″. Perciò la finestra per nuove riforme tende a chiudersi, e non resta più molto tempo per effettuare gli aggiustamenti necessari. Per questo “il gioco delle pensioni si avvicina al suo punto di non ritorno”. “Un elettore medio più anziano può avere come effetto quello che nessun governo possa avere in futuro, e per molti anni, il capitale politico e i numeri elettorali per riformare il sistema pensionistico… Nessun governo tende a suicidarsi, ma senza una forte dose di coraggio e un’azione responsabile non usciremo dal dilemma pensionistico”. Anche questa è una risposta alla “crisi della politica”: dalla quale (come sostiene giustamente Padoa-Schioppa) “si esce con la buona politica, non con l’anti-politica”. Anche questo è un “costo della politica”: la tutela formale di un bacino elettorale statico, che non fotografa più le vere dinamiche della società italiana. Al tavolo della trattativa, la prossima settimana, dovrebbero ricordarsene tutti.

Il “pensions casinò” di Palazzo Chigi è ormai all’ultimo giro, quello del rien ne va plus. Tra poco, come scrive Amato, non solo non sarà più possibile puntare, ma non sarà neanche più possibile giocare.

(fonte: la Repubblica.it)



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