Per Nomisma l’immobiliare italiano frenerà ancora nel 2008
Nel giorno in cui dall’America arriva uno spiraglio di luce per il settore immobiliare, con l’avvio dei cantieri per nuove unità abitative che hanno mostrato un rialzo del +9,1% annualizzato e i permessi un +11,6%, per l’Italia arriva la conferma del rallentamento in atto.
Questo stando almeno alla fotografia fatta dallo studio diramato da Nomisma, secondo cui nel 2008 le compravendite di abitazioni scenderanno di almeno il 10% in Italia, con prezzi nominali stabili e quindi in flessione al netto dell’inflazione. Per quel che concerne i primi sei mesi dell’anno il report parla di un mercato ingessato.
In questo contesto dunque la domanda è debole, l’offerta è in crescita, i tempi di vendita si sono allungati fino a sfiorare i 6 mesi e gli sconti sui prezzi sono superiori al 12%. Se nel 2007 le transazioni di abitazioni erano diminuite del 4,6% a 806.000 (-9,3% nelle grandi aree urbane), per un valore complessivo di circa 123 miliardi, nel 2008 le compravendite dovrebbero calare di altre 80.000 unità e il valore di mercato dovrebbe scendere a 110 miliardi.
A rafforzare questo scenario cupo tra gli elementi rilevati da Nomisma spicca il dato sulle intenzioni di acquisto nei prossimi dodici mesi, che nel primo semestre si sono attestate all’1,8% delle famiglie a fronte del 7% di inizio anni 2000.
L’effetto della debolezza del mercato immoiliare si ripercuote anche sulle erogazioni dei mutui: nei primi 5 mesi del 2008 il flusso di nuovi finanziamenti è sceso del 12,4% a 18,4 miliardi. A fine 2007 il tasso di sofferenza delle famiglie sui mutui era del 2%, in crescita dall’1,5% di fine 2006. Un livello storicamente fisiologico, come evidenzia lo studio.
Il rallentamento evidenziato dall’Istituto bolognese è tuttavia meno preoccupante di quello che sta caratterizzando altri mercati continentali, come quello spagnolo, in quanto quello italiano è più protetto. Le spiegazioni date da Nomisma sono due. In primo luogo, nel decennio d’oro dell’immobiliare (1998-2007) si è costruito meno che all’estero e quindi è inferiore il rischio, oggi, di un eccesso di offerta. Inoltre, la crescita dei valori degli immobili italiani è stata più contenuta rispetto a quella che ha interessato buona parte delle economie occidentali, per cui ci si attende una correzione dei valori meno traumatica.




